A ottobre festeggerà i suoi primi quarant’anni. Ma la voglia e la determinazione sono quelle di quando ne aveva diciotto. Zlatan Ibrahimovic, tornato in campo in Coppa Italia a un mese dall’infortunio al polpaccio accusato a Napoli, è pronto a trascinare il Milan nella seconda parte di stagione.

Zlatan, qual è l’obiettivo primario del Milan?

“E’ presto per dirlo. Manca tutto il ritorno più due partite. Inoltre porsi obiettivi è come porsi limiti. Non lo faccio mai. Il secondo è il primo degli ultimi. Voglio cavare il meglio da me e dalla squadra, ogni giorno, allenamenti compresi. Un Milan tanto a lungo fuori dell’élite del calcio internazionale non è normale né per la società né per i tifosi. Con tutto il rispetto, vedo l’Atalanta in Champions e il Milan no e sono venuto per cambiare questa situazione. Io non so che cosa sia accaduto per sette anni. Mi sembra chiaro che se non c’è stabilità nel club non può esserci neppure in campo”.

Parli da trascinatore e leader di questa squadra…

“Oggi mi sento un leader. Io guido, i compagni mi seguono. Dieci anni fa era un altro Milan. Ma anche il Milan che ho trovato nel 2020 era diverso. sempre una squadra molto giovane. Abbiamo lavorato, ci siamo sacrificati. Ecco i risultati. Non è solo merito mio. Non posso giudicare quanto c’era prima di me. Stiamo facendo grandi cose, è vero, com’è vero che non abbiamo vinto un bel niente. C’è la voglia di fare di più”.

Com’è maturata l’idea di tornare in Italia e in particolare in rossonero?

“In America ho scoperto di essere un calciatore ancora vivo dopo il mio infortunio. Un anno a Los Angeles solo per capire come stavo. Nel secondo sono tornato a inseguire obiettivi. Quindi ho pensato: smetto di giocare o continuo? E il mio agente Mino Raiola: troppo facile smettere in America, prova a farlo in Europa. Ho scelto il Milan perché era la sfida più difficile. Non m’interessava un poker servito, mi attirava l’impossibile”.

Da maggio in poi la squadra ha cominciato a volare e non si è più fermata; qual è stata la svolta?

“Eravamo bloccati dal lockdown e la squadra non sapeva niente del futuro. Io cercavo risposte e non ero il solo. Ci sentivamo giudicati prima ancora di potere fare davvero qualcosa. Rangnick? Si parlava di una persona che non c’era. Insomma, mancavano certezze che sono arrivate con la conferma di Pioli“.

Programmi per il prossimo futuro?

“Finché sto bene vado avanti. A giugno scade il mio contratto e ne parleremo con la società. Non volevo intrappolarmi in situazioni senza uscita e neppure intrappolarci il mio club. Per questo quando sono arrivato ho firmato solo per sei mesi rinnovando poi in un secondo momento. Altri hanno ragionato diversamente, io sono per la libertà di scelta. Potrei anche portare la mia famiglia a Milano. Vediamo, non escludo nulla”.

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